
C’è un film che pochi conoscono e che, probabilmente, nessuno avrà mai voglia di approfondire.
Si intitola “Onore e Guapparia”, è del ‘1977 ed è tutto made in Naples, per la regia di Tiziano Longo, che, negli anni ’70, di film ne faceva, eccome. Dal titolo qualcuno direbbe: “Ma che è ‘sta roba, una sceneggiata di Mario Merola?”. No, il compianto cantante napoletano non c’entra nulla, ma il personaggio principale è interpretato da uno che faceva (e fa ancora) il suo stesso mestiere, ossia cantare e recitare: Pino Mauro.
Ma andiamo con ordine.
La storia si svolge tutta nel quartiere Sanità, uno dei più popolari di Napoli. Tutti in giro hanno sempre sulla bocca Don Gennaro Esposito, boss del contrabbando di sigarette, rispettato perché dà lavoro a tanti poveri disgraziati del quartiere e perché, nella sua disonestà, rimane onesto con se stesso e con la gente del suo quartiere, che, secondo lui, deve vivere in pace, senza subire né fregature né violenze. Un Dio in terra, questo Don Gennaro, rispettato dai suoi accoliti, da tanti uomini maturi come lui (in realtà Pino Mauro aveva all’incirca 35 anni), dai giovani e amato dalle donne, tranne che da sua sorella Maria, il cui marito è in galera e per cui suo fratello non muove un dito, avendo come cognato un fetente che deve rimanere dove sta, tra le sbarre.
Don Gennaro è come Figaro, tutti lo cercano, tutti lo vogliono, comprese signore un po’ troppo focose, che vorrebbero ricompensarlo in un modo particolare. Sua figlia Assunta, invece (Patrizia Pellegrino al suo debutto cinematografico, a 15 anni!), lo odia e si vergogna di lui, ritenendolo un disonesto vendicatore, legato a principi arcaici; invece il di lei fidanzatino, Enrico (Giulio Lenzetti che bellino, che fine avrà fatto?), che frequenta un collettivo comunista, vede il comportamento sociale dell’uomo in tutt’altra maniera, ossia più rivoluzionario di quelli degli extraparlamentari, in quanto vive e lavora per i più poveri, andando contro uno stato corrotto e stantio (c’era la Dc e non si immaginava minimamente che cosa avrebbe fatto il Berlusca negli anni a venire!) e contro la legge, giudicata troppo di destra. Resosi conto della sua (involontaria) condizione di Che Guevara della Sanità, Don Gennaro riflette sempre e sembra fregarsene di tutti i salamelecchi delle persone e pensa, assorto e quasi tremante. Durante una delle sue riflessioni viene avvisato dell’arrivo di Don Giggino ‘O Barone (Mario Garbetta, nella vita venditore di quadri, caruccio e simpatico, ad ogni modo) un suo coetaneo tornato da Milano, dopo aver fatto affari con uno “zucchero ripulito”, ossia la droga. Infatti l’ex emigrante, ricco e sbruffone come un pascià, propone al boss di mettersi nel traffico degli stupefacenti insieme a lui. Ma Don Gennaro rifiuta categoricamente l’invito e Don Giggino inizia a fargli una guerra a cui lui riesce a tenere testa, senza farsi fregare. ‘O Barone gli manda a puttane un carico di sigarette, cerca di fargli altri blitz, che lo mandano al commissariato di polizia a dare spiegazioni (ma lui saprà smontare il commissario, che non gli farà nemmeno firmare il verbale) e lo fa passare per cornuto per tutto il quartiere ( anche se sa che sono solo voci, va comunque in crisi, dopo quella mistica-comunista, perché crede di non piacere più a sua moglie (Laura Gray, non ci azzecca nulla con la cera; sì, ma chi era? Boh). Teme, inoltre, per sua figlia Assunta, che continua a non amarlo e a crederlo un esaltato, mentre Enrico gli sta sempre appresso come se fosse un guru. Il ritorno di ‘O Barone, alla fine, fa crollare i nervi a Don Gennaro, che, una volta per tutte, decide di sfidarlo con un classico duello rusticano, con tanto di pugnale al seguito, dopo una cena a cui ha partecipato il “compagno” Enrico, caratterizzata da un discorso un po’ funebre, come se il boss stesse andando incontro alla morte. Ed in effetti è così: i due combattono sulle scalette di un vicolo, con tanto di altarino dedicato alla Madonna; Don Giggino teme per la sua vita e si muove da impedito, Don Gennaro butta giù litri di sudore e, allucinato più mai, fa fuori il guappo rompiscatole. Fine della storia? No, perché Don Gennaro telefona alla polizia e decide di costituirsi. Alla telefonata assistono i suoi amici fidati (tra cui il lugubre Franco Marino, di professione produttore, con la passione per la recitazione da caratterista. Si vedeva in ogni film che si svolgesse a Napoli), la sua nuova “ombra” Enrico e il figlio di Maria (Massimo Deda, un simpatico bimbo che fece dei film tra il ’76 e l’80).
Che cos’ha di speciale questo film?
Potrebbe essere una cinesceneggiata qualsiasi (anche perché si sono dei momenti canori: 2 canzoni cantate dal protagonista), come quelle che faceva Mario Merola (alcune delle quali sono davvero dignitose, c’è da dirlo), ma, alla fine, risulta essere un film diverso, pieno di chiavi di lettura.
Certo, lo si potrebbe considerare una sceneggiata, con tanto di formula di “Isso, essa e ‘o malamente”, pressappoco. Ok. Ma non è solo questo. E’ un film insolito, in cui si mettono in discussione principi che sembrano indissolubili. Don Gennaro non va vestito in doppiopetto, con guardie del corpo armate fino ai denti, ma gira per le vie del suo quartiere come uno qualsiasi e vestito con giubbotto o camicia aperta, senza cravatta, casual. Non si comporta come un irraggiungibile, che per parlarci si deve fare la domanda in carta da bollo e mostra tutte le sue debolezze in ogni parte del film, debolezze che ogni uomo potrebbe avere. Vengono messi in discussione i ruoli familiari (la donna non è quella che sta in casa e sciatta, ma ha molta voce in capitolo, Assunta è una tipica teenager degli ultimi decenni, che non c’è mai in casa, che non va ai matrimoni con i genitori e che si vergogna quando il padre la va a prendere a scuola di danza), i ruoli sociali (Don Gennaro viene visto da Enrico come un rivoluzionario, ma va in crisi quando Don Giggino lo crede un antiquato che si perde per quattro cartoni di sigarette) e poi c’è la politica. Era il ’77, non dimentichiamolo e in questo film si possono scorgere i toni di entusiasmo di Enrico, che spera, con il suo misero collettivo, di poter cambiare la società, pur se si intravvedono, in lui, toni di rassegnazione (come, del resto, è successo dopo quell’anno così contraddittorio, in cui finivano le utopie e iniziava la violenza). Don Gennaro è l’utopia che finisce, Don Giggino è il nuovo che avanza, fatto di tempi cattivi, ipocriti, apparentemente floridi, globalizzati e comunque violenti. La sua uccisione, seppur per questioni di onore, segna la fine dell’egemonia di Don Gennaro, colui che arrivava dove non arrivava lo Stato. Questo film sembra l’emblema del ’77. Se poi sia un film propriamente di sinistra non si sa di preciso, ma certamente Stato e forze dell’Ordine non ne escono bene. Ha, inoltre, toni che non sono mai cupi, ma rimangono sempre ironici. I personaggi non sono statici e definiti nei loro ruoli: sono volubili, come ognuno di noi, quindi veri, umani.
La recitazione di Pino Mauro, che poi ha interpretato altri 3 film (il secondo, il bel “I figli non si toccano”,1978, lo vede cupo ed inquieto, non sembra lo stesso attore di questo film), è impeccabile: c’è ironia –tanta- ma anche inquietudine, insicurezza e si dimostra bravo nell’interpretare tutte le sfaccettature e gli umori che qualsiasi uomo potrebbe avere. Non fa il guappo senza pietà e non è tirato a lucido (il suo look, basette anarchiche e pettinatura altrettando anarchica, lo differenziava anche dai molti suoi colleghi cantanti) non è un violento, né uno stupido. E’ vero e perciò risulta di incredibile fascino. Pur non essendo mai stato bellissimo (ma non era comunque orribile) riesce ad accattivare, ad essere espressivo e magnetico, al contrario del collega Merola, che aveva la stessa faccia per tutti i film, ma che la gente conosce da sempre, come i Beatles. Pino Mauro è di gran lunga superiore sia come attore che come cantante, ma tutto ciò, in tanti, non lo hanno capito. Questo film è una perla da rivalutare e non da far passare sottobanco tra i pochi amanti di certi film cosiddetti “di genere”.
Merita attenzione la scena in cui una signora, tale Donna Angela, accoglie in vestaglia Don Gennaro per chiedergli di far uscire suo marito dal carcere. Lui non ha ancora mosso un dito per aiutare il consorte della donna, ma ella lo vuole ringraziare lo stesso (indovinare come) mostrandogli una gamba e dicendogli che lo considera Dio. La sua risposta all’avance spudorato della svergognata sarà: “E allora inginocchiatevi e dite 3 Padre Nostro…ma con le cosce coperte!”. Ma non è un mito quest’uomo? Questa battuta spiega l’atmosfera del film.
Si intitola “Onore e Guapparia”, è del ‘1977 ed è tutto made in Naples, per la regia di Tiziano Longo, che, negli anni ’70, di film ne faceva, eccome. Dal titolo qualcuno direbbe: “Ma che è ‘sta roba, una sceneggiata di Mario Merola?”. No, il compianto cantante napoletano non c’entra nulla, ma il personaggio principale è interpretato da uno che faceva (e fa ancora) il suo stesso mestiere, ossia cantare e recitare: Pino Mauro.
Ma andiamo con ordine.
La storia si svolge tutta nel quartiere Sanità, uno dei più popolari di Napoli. Tutti in giro hanno sempre sulla bocca Don Gennaro Esposito, boss del contrabbando di sigarette, rispettato perché dà lavoro a tanti poveri disgraziati del quartiere e perché, nella sua disonestà, rimane onesto con se stesso e con la gente del suo quartiere, che, secondo lui, deve vivere in pace, senza subire né fregature né violenze. Un Dio in terra, questo Don Gennaro, rispettato dai suoi accoliti, da tanti uomini maturi come lui (in realtà Pino Mauro aveva all’incirca 35 anni), dai giovani e amato dalle donne, tranne che da sua sorella Maria, il cui marito è in galera e per cui suo fratello non muove un dito, avendo come cognato un fetente che deve rimanere dove sta, tra le sbarre.
Don Gennaro è come Figaro, tutti lo cercano, tutti lo vogliono, comprese signore un po’ troppo focose, che vorrebbero ricompensarlo in un modo particolare. Sua figlia Assunta, invece (Patrizia Pellegrino al suo debutto cinematografico, a 15 anni!), lo odia e si vergogna di lui, ritenendolo un disonesto vendicatore, legato a principi arcaici; invece il di lei fidanzatino, Enrico (Giulio Lenzetti che bellino, che fine avrà fatto?), che frequenta un collettivo comunista, vede il comportamento sociale dell’uomo in tutt’altra maniera, ossia più rivoluzionario di quelli degli extraparlamentari, in quanto vive e lavora per i più poveri, andando contro uno stato corrotto e stantio (c’era la Dc e non si immaginava minimamente che cosa avrebbe fatto il Berlusca negli anni a venire!) e contro la legge, giudicata troppo di destra. Resosi conto della sua (involontaria) condizione di Che Guevara della Sanità, Don Gennaro riflette sempre e sembra fregarsene di tutti i salamelecchi delle persone e pensa, assorto e quasi tremante. Durante una delle sue riflessioni viene avvisato dell’arrivo di Don Giggino ‘O Barone (Mario Garbetta, nella vita venditore di quadri, caruccio e simpatico, ad ogni modo) un suo coetaneo tornato da Milano, dopo aver fatto affari con uno “zucchero ripulito”, ossia la droga. Infatti l’ex emigrante, ricco e sbruffone come un pascià, propone al boss di mettersi nel traffico degli stupefacenti insieme a lui. Ma Don Gennaro rifiuta categoricamente l’invito e Don Giggino inizia a fargli una guerra a cui lui riesce a tenere testa, senza farsi fregare. ‘O Barone gli manda a puttane un carico di sigarette, cerca di fargli altri blitz, che lo mandano al commissariato di polizia a dare spiegazioni (ma lui saprà smontare il commissario, che non gli farà nemmeno firmare il verbale) e lo fa passare per cornuto per tutto il quartiere ( anche se sa che sono solo voci, va comunque in crisi, dopo quella mistica-comunista, perché crede di non piacere più a sua moglie (Laura Gray, non ci azzecca nulla con la cera; sì, ma chi era? Boh). Teme, inoltre, per sua figlia Assunta, che continua a non amarlo e a crederlo un esaltato, mentre Enrico gli sta sempre appresso come se fosse un guru. Il ritorno di ‘O Barone, alla fine, fa crollare i nervi a Don Gennaro, che, una volta per tutte, decide di sfidarlo con un classico duello rusticano, con tanto di pugnale al seguito, dopo una cena a cui ha partecipato il “compagno” Enrico, caratterizzata da un discorso un po’ funebre, come se il boss stesse andando incontro alla morte. Ed in effetti è così: i due combattono sulle scalette di un vicolo, con tanto di altarino dedicato alla Madonna; Don Giggino teme per la sua vita e si muove da impedito, Don Gennaro butta giù litri di sudore e, allucinato più mai, fa fuori il guappo rompiscatole. Fine della storia? No, perché Don Gennaro telefona alla polizia e decide di costituirsi. Alla telefonata assistono i suoi amici fidati (tra cui il lugubre Franco Marino, di professione produttore, con la passione per la recitazione da caratterista. Si vedeva in ogni film che si svolgesse a Napoli), la sua nuova “ombra” Enrico e il figlio di Maria (Massimo Deda, un simpatico bimbo che fece dei film tra il ’76 e l’80).
Che cos’ha di speciale questo film?
Potrebbe essere una cinesceneggiata qualsiasi (anche perché si sono dei momenti canori: 2 canzoni cantate dal protagonista), come quelle che faceva Mario Merola (alcune delle quali sono davvero dignitose, c’è da dirlo), ma, alla fine, risulta essere un film diverso, pieno di chiavi di lettura.
Certo, lo si potrebbe considerare una sceneggiata, con tanto di formula di “Isso, essa e ‘o malamente”, pressappoco. Ok. Ma non è solo questo. E’ un film insolito, in cui si mettono in discussione principi che sembrano indissolubili. Don Gennaro non va vestito in doppiopetto, con guardie del corpo armate fino ai denti, ma gira per le vie del suo quartiere come uno qualsiasi e vestito con giubbotto o camicia aperta, senza cravatta, casual. Non si comporta come un irraggiungibile, che per parlarci si deve fare la domanda in carta da bollo e mostra tutte le sue debolezze in ogni parte del film, debolezze che ogni uomo potrebbe avere. Vengono messi in discussione i ruoli familiari (la donna non è quella che sta in casa e sciatta, ma ha molta voce in capitolo, Assunta è una tipica teenager degli ultimi decenni, che non c’è mai in casa, che non va ai matrimoni con i genitori e che si vergogna quando il padre la va a prendere a scuola di danza), i ruoli sociali (Don Gennaro viene visto da Enrico come un rivoluzionario, ma va in crisi quando Don Giggino lo crede un antiquato che si perde per quattro cartoni di sigarette) e poi c’è la politica. Era il ’77, non dimentichiamolo e in questo film si possono scorgere i toni di entusiasmo di Enrico, che spera, con il suo misero collettivo, di poter cambiare la società, pur se si intravvedono, in lui, toni di rassegnazione (come, del resto, è successo dopo quell’anno così contraddittorio, in cui finivano le utopie e iniziava la violenza). Don Gennaro è l’utopia che finisce, Don Giggino è il nuovo che avanza, fatto di tempi cattivi, ipocriti, apparentemente floridi, globalizzati e comunque violenti. La sua uccisione, seppur per questioni di onore, segna la fine dell’egemonia di Don Gennaro, colui che arrivava dove non arrivava lo Stato. Questo film sembra l’emblema del ’77. Se poi sia un film propriamente di sinistra non si sa di preciso, ma certamente Stato e forze dell’Ordine non ne escono bene. Ha, inoltre, toni che non sono mai cupi, ma rimangono sempre ironici. I personaggi non sono statici e definiti nei loro ruoli: sono volubili, come ognuno di noi, quindi veri, umani.
La recitazione di Pino Mauro, che poi ha interpretato altri 3 film (il secondo, il bel “I figli non si toccano”,1978, lo vede cupo ed inquieto, non sembra lo stesso attore di questo film), è impeccabile: c’è ironia –tanta- ma anche inquietudine, insicurezza e si dimostra bravo nell’interpretare tutte le sfaccettature e gli umori che qualsiasi uomo potrebbe avere. Non fa il guappo senza pietà e non è tirato a lucido (il suo look, basette anarchiche e pettinatura altrettando anarchica, lo differenziava anche dai molti suoi colleghi cantanti) non è un violento, né uno stupido. E’ vero e perciò risulta di incredibile fascino. Pur non essendo mai stato bellissimo (ma non era comunque orribile) riesce ad accattivare, ad essere espressivo e magnetico, al contrario del collega Merola, che aveva la stessa faccia per tutti i film, ma che la gente conosce da sempre, come i Beatles. Pino Mauro è di gran lunga superiore sia come attore che come cantante, ma tutto ciò, in tanti, non lo hanno capito. Questo film è una perla da rivalutare e non da far passare sottobanco tra i pochi amanti di certi film cosiddetti “di genere”.
Merita attenzione la scena in cui una signora, tale Donna Angela, accoglie in vestaglia Don Gennaro per chiedergli di far uscire suo marito dal carcere. Lui non ha ancora mosso un dito per aiutare il consorte della donna, ma ella lo vuole ringraziare lo stesso (indovinare come) mostrandogli una gamba e dicendogli che lo considera Dio. La sua risposta all’avance spudorato della svergognata sarà: “E allora inginocchiatevi e dite 3 Padre Nostro…ma con le cosce coperte!”. Ma non è un mito quest’uomo? Questa battuta spiega l’atmosfera del film.
1 commenti:
Ciao, sono contenta che tu abbia recensito questo film a cui sono molto legata sentimentalmente. Ti chiedevi che fine avesse fatto Giulio Lenzetti, il ragazzo che interpretava Enrico....
Era mio padre, purtroppo non c'è più, ma sono felicissima di vedere che qualcuno lo ricordi :)
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